Archivo de la etiqueta: Paseando por el Zoco Chico Larachensemente

LEYENDO LARACHE

Tres de mis libros. Los tres ambientados en Larache.

Una sirena se ahogó en Larache (Círculo Rojo, 2011), novela Finalista del XVIII Premio Andalucía de la Crítica 2012; Sombras en sepia (Editorial Pre-Textos, 2006), galardonada con el Premio de Novela Tres Culturas de Murcia, y Paseando por el zoco chico. Larachensemente (Ediciones del Genal, 2015).

Aprovecho para anunciaros que ya tengo listo el nuevo libro de relatos ambientado en Larache. Sí, vuelvo una vez más. Iré informando…

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“PASEANDO POR EL ZOCO CHICO. LARACHENSEMENTE”

Os recuerdo que podéis comprar mi libro de relatos Paseando por el zoco chico, larachensemente (Ediciones del Genal, 2ª Edición 2015), así como el resto de mis títulos, a través del siguiente enlace:

https://www.libreriaproteo.com/libro/ver/1615869-paseando-por-el-zoco-chico.html

PASEANDO POR EL ZOCO CHICO - cubierta

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“IL NUOTATORE”, TRADUCCIÓN AL ITALIANO POR FRANCESCA SERGI, DE MI RELATO “EL NADADOR”

PASEANDO POR EL ZOCO CHICO - cubierta

Hoy me ha sucedido algo realmente hermoso. He recibido un correo en el que me enviaban mi relato El nadador traducido al italiano. Y suena tan bien al leerlo, aunque no domine ese idioma… Me lo he imaginado en la voz de Toni Servillo.

Es el resultado de un trabajo que ha llevado a cabo Francesca Sergi, a la que le estoy infinitamente agradecido, no sólo por haber elegido mi  cuento sino por su generosidad al dejar que pueda compartir con todos vosotros el resultado. Tuvo incluso la iniciativa de vernos durante el proceso de traducción para que yo le explicara algunos detalles de la historia y otros aspectos de la vida en Larache, que influían en el sentido y el significado del texto. Espero haberla ayudado lo suficiente.

La traducción se enmarca dentro de los cursos de Traducción para el Mundo Editorial UMA en los que ha participado Francesca Sergio y que ha dirigido mi amigo el profesor Marcos Rodríguez Espinosa en la Universidad de Málaga 

Y ahora, si me lo permitís, voy a releer algunos párrafos, solo por el placer de hacerlo. Suerte para los que podáis leerlo en italiano sin esfuerzo alguno, que lo disfrutéis. 

 

IL NUOTATORE

Sergio Barce

Traduzione di Francesca Sergi

 

Le braccia si immergevano generando una spuma salata che si diluiva alle sue spalle dopo un’effimera esistenza. Lo stesso accadeva alla piccola scia di onde sparse che abbandonava dietro di sé. Tutto il movimento era di un’armonia impeccabile: le braccia, le gambe, la rotazione della testa per prendere aria, immergerla ed espellere quella stessa aria dalla bocca, sott’acqua. Non chiudeva gli occhi nemmeno per un istante. Hakim vedeva sul fondale prima la sabbia e le alghe indifese, poi solo sabbia e, più avanti, il verde bluastro dell’oceano.

Sentiva lo sciabordìo che lui stesso provocava avanzando senza sosta. Non se ne parlava di fermarsi: continuare, continuare, continuare ad andare avanti. Smettere poteva significare la resa, perdere l’equilibrio, sfiancarsi in mezzo all’abisso. Aveva percorso almeno duecento metri, e sentiva le pulsazioni del suo cuore, diverse da quelle dell’inizio, e così come le sue braccia colpivano la superficie verde smeraldo, allo stesso modo anche i suoi piedi scalciavano per aiutarlo ad avanzare. Cercava di non perdere la concentrazione sulla propria respirazione ritmata, ossessionato dall’idea di perdere il ritmo e arrendersi, vedersi umiliato. All’improvviso pensò ad Haddu e ad Abdelilah che ridevano del suo clamoroso fallimento. Gli avrebbero lanciato il pallone di cuoio contro la schiena, burlandosi di lui, come facevano di solito quando gli infilavano un gol sotto le gambe.

– Sei scemo, Hakim. Dove ti credi di andare? Alle Canarie?

Pensare alle loro possibili beffe lo spronò, ed infuse un ardore disperato alla sua impresa.

Calcolò che dovesse trovarsi già a metà strada. Non voleva controllare, perché il fatto di provarci poteva affaticarlo, avrebbe inghiottito acqua e a quel punto avrebbe solo potuto agitare le braccia senza trovare niente. Gli era successo mesi prima e giurò a se stesso di non ripetere l’esperienza. In quel momento credette di morire, ma la provvidenza volle che qualcuno, da uno dei pescherecci, lo notasse. Lo tirarono su mezzo affogato e rimase un bel po’ a vomitare e tossire sopra coperta. Ricordava l’odore forte di salatura e reti bagnate. Oggi si era tuffato dal faro del frangiflutti. Lasciò alla sua destra la spiaggia pericolosa e fece uno sforzo per allontanarsi dall’altro lato, dall’entrata al porto, dallo sbocco del Loukos. Lì non correva il rischio di farsi trascinare dalla marea. Erano già dodici anni che nuotava di fronte agli scogli di Larache, il suo paese, e conosceva le difficoltà e le trappole che le acque vi avevano tracciato nei secoli.

Ad Hakim piaceva nuotare dietro le barche che approdavano alla tonnara. A volte lo faceva con Haddu ed Abdelilah, ma loro si annoiavano subito e ritornavano alla spiaggia. Preferivano giocare a palla sulla sabbia dura della bassa marea. Ad Hakim piaceva anche sedersi più tardi sul bordo dell’argine, inondato dall’odore dolciastro dei tonni morti che, appesi a poppa, risplendendo con il riflesso arancione del sole, sembravano armature tolte al nemico che venivano esibite al paese come trofeo della vittoria. Di solito faceva incursioni dall’imboccatura del porto, tra le zattere che portavano la gente dall’altro lato, quelle che andavano alla spiaggia e ritornavano come tartarughe sfiancate. I bambini sporgevano allora le braccine oltre il bordo delle barche a remi. Hakim li seguiva assumendo, con gioiosa giovialità, il suo ruolo di squalo marionetta. Si divertiva con le risate nervose dei bambini che, gridando, sorridenti ed eccitati, ritraevano le braccine nella zattera mentre lui si slanciava con le gambe in un piccolo salto per dare un morso all’aria.

– Gnam, gnam! – apriva la bocca con esagerazione.

Hakim sognava di arrivare in Europa, imbarcarsi in qualche mercantile o in uno dei pescherecci che si ancoravano a un centinaio di metri di fronte al castello di Sant’Antonio. Li osservava dal Balcone dell’Atlantico. Di notte erano come piccole lucciole che rimanevano ferme battendo le ali in un punto indeterminato. Hakim sognava anche di attraversare l’oceano, sbarcare in Spagna ed arrivare a Madrid, poter vedere giocare il Real al Bernabeu. Da quando era molto piccolo desiderava sedersi nelle gradinate dello stadio, chiedere un autografo a Roberto Carlos.

A Haddu si illuminavano gli occhi, brillando di eccitazione, immaginandosi anche lui nelle gradinate. Si sbellicavano dalle risate di pura sovreccitazione, quando pensavano a tutto questo, quando si vedevano acclamati dalla tifoseria o mentre correvano sulla fascia fino ad arrivare al pallone e crossare in area, dove Zidane avrebbe colpito di testa facendo rete. Haddu si sdraiava a pancia in su con un sorriso inebetito sulle labbra.

Hakim continuava a nuotare. Le bollicine salivano quasi sfiorando il suo viso, schivandolo, e formavano una spuma sporca che si mischiava a quella che producevano le sue braccia. Non voleva guardare avanti, solo verso il fondo dell’acqua. Calcolava che avrebbe dovuto nuotare ancora per altri venti minuti.

Di mattina Hakim aiutava suo padre a montare la bancarella di oreficeria che avevano nella strada Reale. Era ben situato, ma suo padre non era esattamente un uomo piacevole, né aveva doti da commerciante. Se fosse stato diverso, come Yebari, sicuramente si sarebbe guadagnato una buona posizione, ma, come era solito diceva dire, in realtà si era riproposto solo una cosa nella propria vita: passare inosservato, non dare fastidio a nessuno e non essere infastidito. Ad Hakim lo mandava fuori di testa quel carattere pusillanime di suo padre e, non appena ne aveva l’opportunità, se la svignava dalla bottega. Era allora che scendeva per la strada Reale fino agli scalini del porto, lasciava i suoi vestiti nella zattera di Abdussalam, si tuffava in acqua e nuotava. Si sentiva allora bene con se stesso, come se la foce del fiume, il porto stesso e le spiagge di Larache fossero il posto migliore del mondo, l’unico nel quale si sentiva realmente libero e senza nessun obbligo.

Escena de El nadador

Escena del film “El nadador”, dirigido por Pablo Barce

Aveva scoperto il piacere di nuotare addentrandosi in direzione dell’irraggiungibile orizzonte, evitando le correnti, allontanandosi dalla spiaggia pericolosa quanto le sue braccia e le sue gambe gli consentivano. Non ascoltava Abdelilah che, sempre timoroso, gli urlava dalla sponda, quasi inseguendolo fino a che l’acqua gli arrivava alla vita.

Ayi, Hakim! Non fare pazzie! Torna indietro, per l’amor di Dio!

Ma lui si consegnava alle carezze dell’oceano, lasciandosi portare dal proprio entusiasmo.

La spiaggia pericolosa racchiudeva le sue leggende, vecchie storie che raccontavano gli anziani del quartiere di Las Navas ed i ciechi del Zoco Chico. Anche Hakim era stato testimone del potere divoratore di quella spiaggia oltraggiata, sempre irrequieta, severa, con selvaggi disegni di creste affamate che si infrangono in un ruggire assordante. Quando stava seduto, al bordo della sua minacciosa sponda, sentiva che Aixa Candixa nuotava nelle sue acque. Lì, vide arrivare un corpo gonfio, deforme ed irriconoscibile, un uomo mordicchiato da pesci inebriati e che sicuramente aveva provato a mantenersi a galla credendo di poter piegare il proprio destino. Vide quel corpo maltrattato, con alghe putride che fuoriuscivano da una bocca alterata, scura, e sentì che quello era un avvertimento.

– Fai attenzione – mormorò Abdelilah al suo fianco, senza poter distogliere lo sguardo da quel corpo nudo.

All’imbrunire, Hakim rimaneva seduto sulla balaustra del Balcone e seguiva con gli occhi lucidi il sole che calava lentamente, tranquillamente, laconicamente. Haddu ed Abdelilah gli passavano una sigaretta, che condividevano in silenzio. La silhouette del castello di Sant’Antonio, ritagliata contro il firmamento rossiccio, avanzava allora come se di notte le fosse permesso di navigare sulle acque. Hakim lo osservava con attenzione e sentiva un antico palpitare all’interno dell’edificio, qualcosa come un’anima stremata dai suoi ricordi. Lì seduto, Hakim era capace di arrivare al bordo dell’orizzonte, nuotando senza scoraggiamento, aiutato da Lalla Menana, e alcune volte si vedeva perfino già seduto nella tribuna del Santiago Bernabeu, incoraggiando la sua squadra.

Soffiò aria sott’acqua, notando come i polmoni si svuotavano, e vide le bollicine salire come piccole sfere di cristallo. Non aveva bisogno di alzare la testa per sapere che si trovava molto vicino allo scafo del peschereccio spagnolo che aveva scorto dallo scoglio. La vicinanza aumentava le sue pulsazioni. All’improvviso, l’ombra della silhouette metallica lo coprì come un nuvolone straordinario e smise di nuotare. Galleggiava lasciando il corpo floscio, facendo il morto a galla, con il viso raggiante e lo sguardo che vagava per l’azzurro piatto del cielo. Di lì a poco, alcune voci lo incitarono ad avvicinarsi alla barca. Hakim diede una bracciata e allungò una mano nel vuoto. Sentì come lo afferravano con forza. Lo tirarono su e lo misero sopra coperta, spinto da varie mani di proprietari diversi con atteggiamenti opposti.

A malapena poté aprire gli occhi. Si sentì talmente estenuato che le gambe non lo sorreggevano e lo lasciarono riposare sugli attrezzi da pesca. I gabbiani planavano sopra la sua testa. Li sentì gracchiare, come se esigessero che si servisse loro il pranzo ad un orario convenuto. Hakim appoggiò i gomiti nelle reti, l’odore di pesce gli passava per le fosse nasali con una certa virulenza. Una mano sconosciuta, callosa e dura, gli offrì una tazza di brodo. Lo bevve con parsimonia, e gli parse caldo e confortante. Quando si sentì del tutto ristabilito, si alzò, avvicinandosi agli uomini che parlavano distrattamente nella sentina.

– Come ti viene in mente di venire a nuoto, ragazzo… – i tre uomini lo guardarono con curiosità, accennando sorrisi indulgenti.

Anna andare a lispania… – disse Hakim.

Sentì quel morso che gli bloccava lo stomaco quando si azzardava a chiedere che lo aiutassero ad arrivare all’altro continente, una strana sensazione di paura dell’ignoto, di vedersi da solo, lontano dai suoi genitori e da suo fratello, da Haddu ed Abdelilah. Il suo costume da bagno scolorito, che una volta era nero, gli dava un aspetto sgraziato. O forse era la sua estrema magrezza ciò che spingeva a compatire la sua apparente fragilità.

– Ci ha fottuto bene… – brontolò il maggiore dei tre marinai – Questo vuole che lo portiamo come clandestino…

Jay, iò non dà fastidio, lo giuro. Taiuta… pulisce, lavora… – Hakim si portò una mano nervosa alla bocca – Non mangia tanto… non dà fastidio.

Si morse il labbro. In fondo, temeva che lo aiutassero, che gli dicessero di nascondersi nella stiva.

– Mi dispiace, amico. Ci sono troppe motovedette.

I gabbiani si avvicinavano alla cabina in maniera un po’ suicida e i loro gloglottii sembravano trasformarsi progressivamente in urla sconsolate. Ad Hakim facevano paura, e di tanto in tanto dedicava loro un’occhiata minacciosa. Non si era mai fidato di loro.

– …iò non dà fastidio, jay… iò  vedere Raul e Roberto Carlos…

– Porca troia! Questo è del Real Madrid, fratello – il marinaio più giovane sputò a terra. – Hai fatto una cazzata, amico. Il capitano è del Barsa… Minchia, ci ha presi per una barca di divertimento…

Il maggiore dei marinai si tolse il cappello che gli copriva mezza faccia e lo sbatté contro la gamba dei suoi pantaloni. Rimase in silenzio per qualche istante, guardando Hakim come per valutare la situazione; poi schioccò la lingua e, poco dopo, scuotendo la testa da un lato all’altro, indicò con il cappello la costa.

– Torna a casa tua, ragazzo… Vattene prima che il capitano ti prenda a calci in culo.

 buono, jay…

Dai, paisa, non rompere i coglioni…

Hakim insisté appena. Ed inoltre fece la sua esigua protesta senza un briciolo di convinzione. Era la stessa storia che si ripeteva, come le altre volte che aveva nuotato fino ad altri pescherecci. Sapeva che nessuno avrebbe corso il pericolo di portarlo, però ci provava sempre. Era come giocare d’azzardo. Aveva il presentimento che Lalla Menana gli teneva in serbo una sorpresa, che la sua vita non poteva essere come quella degli altri bambini della strada Reale. E pregava affinché fosse così, chiedendo alla patrona di aiutarlo, e se inoltre, al tempo stesso, lo faceva anche con i suoi genitori e con suo fratello, tanto meglio.

Tornò a vigilare i gabbiani e verificò che erano più interessati alla cabina della barca che a lui, quindi approfittò di quel momento per lanciarsi di nuovo in acqua. Sentì vagamente le voci dei marinai, più deboli ad ogni bracciata, fino a quando si spensero, come il gracchiare malaticcio e penoso degli uccelli. Si sforzò allora di concentrarsi sulla respirazione, sui movimenti delle braccia e delle gambe. Non avrebbe raccontato nulla ai suoi amici. Gli avrebbe detto solo che era rimasto a nuotare un po’, come le altre volte. Solo questo.

Tornò a sentirsi tranquillo, libero da tutti. Senza sapere perché, si azzardò ad alzare la testa e vide la costa, il faro dello scoglio, il castello di Sant’Antonio che si ergeva con i resti del suo orgoglio sgretolato, le rocce di Ain Chakka, sotto i giardini del Balcone, il cimitero vecchio, anche le case stipate, come appese sulla scogliera. Un’occhiata rapida, furtiva, ma, ciononostante, Hakim si sorprese di quanto aveva potuto dominare con un gesto così piccolo. Fu capace di vedere tutto e questo lo fece sentire sicuro di se stesso. Seppe che avrebbe raggiunto la spiaggia senza troppo sforzo, seppe che questo era senza il minimo dubbio ciò che desiderava: arrivare alla sabbia, calpestarla, sentire la vicinanza del suo paese, correre fino alla bottega di suo padre, abbracciarlo, abbracciarlo stretto.

Francesca Sergi

Francesca Sergi

(El nadador – Il nuotatore – forma parte del libro de relatos Paseando por el zoco chico, larachensemente – Ediciones del Genal – Málaga, 2015 – ISBN -978-84-16021-67-3)

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OTRO RELATO PARA LEER: “EL CALLEJÓN SIN SALIDA”

Continuamos en alarma y el refugio más seguro es la lectura y el cine. Como ya vengo haciendo estos días, os ofrezco uno de mis relatos para haceros esta travesía más llevadera. Hoy, el titulado El callejón sin salida, que forma parte de Paseando por el zoco chico, larachensemente (Ediciones del Genal, 2ª edición 2015). Es el escogido porque Ángela López Cobos me lo recordó ayer al decirme que lo estaba releyendo.

Que lo paséis bien. Y cuidaos, por favor.

EL CALLEJÓN SIN SALIDA

Hago girar la ruleta, y gano un barquillo. Me gusta la bombona metálica del barquillero, la panza roja, los dibujos del frontal, la corona plateada donde gira la ruleta. Me dice que lo intente de nuevo, y vuelvo a ganar cuando la hoja se detiene. Le doy el barquillo a Emilio. Me giro, veo el carrito que hay en la esquina del Conservatorio, compro un cartucho de garrapiñadas, están calientes. El hombre, que para atender su modesto carro viste sin embargo pulcramente un babi azul de susi, me lo entrega con cuidado para que no se caigan, me fijo en sus dientes, siempre le asuman las paletas por entre los labios, me sonríe, es un buen hombre y creo que disfruta vendiendo sus golosinas y sus garrapiñadas, garbanzos, pipas y caramelos a los niños. Cuando pasen unos años y regrese a Larache, él seguirá ahí como si formara parte del paisaje de la avenida Hassan II.

De pronto la puerta del Conservatorio se abre, y don Aurelio, orondo, serio, sale echando una ojeada a su reloj de bolsillo. Al levantar la vista, me ve y sus ojos me estudian de una manera curiosa, como si se preguntara por qué no soy alumno suyo. No sé tocar ningún instrumento y jamás aprenderé, pese al empeño de mi padre en regalarme cada Navidad un instrumento diferente, guarda la esperanza de que termine por sucumbir a alguno.

Vamos a entrar en el Ideal, ponen una película francesa de las guarras. Hay cola, pero Emilio Gallego nos cuela y como no tenemos entrada nos sentamos dos en cada butaca. Luisito Velasco está a mi lado, Lotfi Barrada y José Gabriel Martínez en la otra. La película empieza y nos quedamos mirando la pantalla con la boca abierta. Hace calor. Y la temperatura sube. Hay un corte, la bobina se ha atascado.

-¡Radio! ¡Radio! –gritan desde la platea.

Luego, la película continúa y el silencio se hace sepulcral. Ver las actrices desnudas nos causa un efecto anestesiante… Ya tenemos tema de conversación para toda la semana.

Me voy al callejón sin salida. Es el callejón de mis juegos desde que nos hemos mudado de Mulay Ismail a la avenida Mohamed V. La nueva casa está en el edificio de granito de Uniban, residimos ahí porque mi padre trabaja en esta entidad. En nuestra misma planta vive la familia Matamala, los Álvarez y Antoñito Guerrero, antes vivía Torres. Recuerdo que cuando la selección de fútbol de Holanda ganó el Campeonato del Mundo -vale, no lo ganó, es verdad, pero en mi recuerdo lo hicieron-, Manolo y Miguel Álvarez salieron conmigo y nos pusimos a jugar a la pelota. Yo era Neeskens, Miguel hacía de Cruyff y su hermano Manolo imaginaba ser Kroll. Me tomaban el pelo porque yo era más pequeño, y porque ellos eran del Real y yo del Atlético de Madrid.

Pero donde disfrutaba de veras era en el callejón de abajo, el callejón sin salida. Allí jugábamos a la pelota durante horas, sin descanso. A veces el balón caía en el huerto que hay entre la iglesia y la parte de atrás del Banco, y saltábamos la tapia para cogerla. En otras ocasiones, el balón se quedaba sobre el destartalado techo del almacén que cerraba la calleja y era preciso recuperarla con cuidado, trepando hasta allí arriba, pisando luego las viejas tejas como si fuésemos funambulistas; aunque lo peor era cuando se colaba por un boquete que había abierto entre el muro y las tejas, entonces había que deslizarse hasta abajo para recuperarla. Todo el local estaba lleno de escombros y olía a humedad, seguramente habría ratas y, por eso, cuando me tocaba a mí bajar al interior para buscar la pelota, lo hacía lo más aprisa posible, como si me llevara el diablo.

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Larache – el callejón sin salida

En ocasiones, mientras jugábamos nuestro partido, aparecían otros niños de la calle Daisuri o del barrio de la Alcazaba, que solían invadir nuestro territorio atacándonos con piedras. Para defendernos, teníamos un buen arsenal de naranjas verdes, repartidas estratégicamente tras la tapia y también en el techo de la iglesia del Pilar, hasta donde nos encaramábamos para atrincherarnos. Nunca hubo heridos, que yo recuerde, e incluso sabíamos cuándo iban a atacar, en una permanente guerrilla entre calles. Pero un día formamos tal batalla campal que aparecieron los mejaznis y tuvimos que escapar saltando por la tapia de la iglesia, escabulléndonos como ladronzuelos. Luego vimos que, a los chavales a los que los agentes habían logrado coger, les dieron una buena manta de golpes ,y la gente se arremolinó en la avenida para ver qué ocurría. Durante bastante tiempo abandonamos nuestras reyertas.

Existía otro motivo para detener nuestro juego y abandonar el callejón. Eso sucedía cuando escuchábamos acercarse algún cortejo fúnebre. Corríamos hasta la avenida y nos quedábamos allí quietos, silenciosos, observando al difunto que era transportado a hombros por varios hombres y al resto de los acompañantes que lo seguían caminando muy aprisa, y, hasta que no terminaban de pasar todos, no regresábamos. Con lo traviesos que éramos a esa edad ahora me sorprende el respeto que demostrábamos en tales ocasiones, quizá porque lo aprendimos por la costumbre de nuestros mayores, y la costumbre que no se impone es la mejor de las enseñanzas.

También recuerdo los días que hacíamos carreras de bicicletas en el mismo callejón sin salida. Consistía en ir lo más aprisa posible desde la pared del almacén hasta la acera de la bocacalle, ya en Mohamed V, y regresar de nuevo. Cierto día, iba tan rápido, pedaleando con todas mis fuerzas, queriendo ser el más veloz de todos, que me estrellé contra la pared al no calcular debidamente la distancia de frenada. Caí de espaldas, con la bicicleta encima, y me quedé allí unos segundos sin sentido, tendido en el suelo.  

En el último portal del callejón solíamos escondernos para fumar. Y nos pasábamos horas hablando. No era una callejuela muy larga, pero en ella se desarrolló un mundo de aventuras y de juegos, y de pequeños secretos.

Cuando el sol caía sobre la callejuela, los hombres del Casino Israelita se sentaban en el suelo y jugaban a las damas. Solíamos quedarnos allí acuclillados a su lado observando la partida. Todo con calma, sin prisas, larachensemente.

Me sorprende qué es lo que retenemos en nuestra memoria. Yo, en concreto, de todo lo que estoy contando ahora, puedo reconstruir perfectamente aquella pared que cerraba el callejón, que lo convertía en un callejón sin salida, y puedo hacerlo al detalle: una pared húmeda con unas letras rojas descoloridas y borrosas que iban desapareciendo entre desconchones, también la forma del tejado moribundo, siempre con el latente peligro de desplome, y por el que andábamos conteniendo la respiración en busca del balón, y el olor del interior del almacén abandonado, los escombros y las paredes interiores semiderruidas, sus maderas podridas. Incluso recuerdo los dos lugares exactos del muro del huerto que utilizaba para escalarlo: el primero era el que hacía esquina entre el propio muro y la pared del almacén, porque podías asirte al hueco abierto en las tejas y era fácil impulsarte, y el otro estaba justo en medio del muro, donde existía una dentellada en la parte de arriba con la forma y el tamaño justo para que los dedos se acoplaran perfectamente. Quedaba, como último recurso, el ayudarte apoyando el pie en la reja de hierro, pero esto era más incómodo y, además, te podían ver los empleados de la oficina de Uniban y te llamaban la atención golpeando en las cristaleras.

El interior del huerto también sigue fresco en mi memoria: las hojas secas del suelo, el olor de las naranjas, los troncos de los árboles. Cuando los del otro barrio nos atacaban, corríamos por encima del muro como si fuera un camino seguro, aunque no lo era, pero nos lo conocíamos a la perfección y bordeábamos así el huerto hasta llegar al techo de la iglesia, compuesto de pequeñas terrazas superpuestas. Un lugar perfecto para esconderse y esperar al enemigo.

Tengo ahora en mis dedos el tacto cierto de ese muro, la rugosa piel fría y dura de las pequeñas naranjas verdes, la pintura seca de las paredes exteriores de la iglesia. Conservo en los pulmones el aire del callejón, guardo en mi interior las voces de los amigos retumbando en un eco del ayer pidiendo que les pasara la pelota, los gritos de júbilo al marcar un gol. También la de los hombres que salían del pequeño casino para que no molestásemos.

Como las ventanas de mi casa daban al callejón, mi madre, y otras veces Mina, asomaba la cabeza y me daba una voz para que fuera a merendar. Mis amigos subían conmigo y, después de darnos un buen atracón de pastas, nos íbamos al Jardín de las Hespérides para recolectar los dátiles que habían caído de las palmeras y estaban diseminados por el suelo, dátiles que pasaban a formar parte de nuestro arsenal de defensa. Teníamos que hacerlo aprisa para que no nos descubriesen los niños de Alcazaba. Sin embargo, si ya había oscurecido bastante, solíamos utilizar los dátiles para lanzárselos a las parejas de enamorados que, sentadas entre las sombras de la noche, se besaban y abrazaban. Teníamos que huir muy, muy a prisa para que no nos pillaran… Travesuras que creo que todos hicimos.

Un relato de Driss Sahraoui, que releo en estos momentos, me ha llevado a la avenida Mohamed V, he recordado estos pequeños episodios de mi infancia ocurridos tras dejar mi primera casa en la calle Mulay Ismail para ir a vivir al robusto edificio de Uniban, donde actualmente está el Banco de Marruecos, y una cosa ha llevado a la otra, y me ha encantado volver a ser aquel niño que jugaba en ese pequeño callejón sin salida en el que se han quedado nuestras voces y nuestros gritos, impregnado aún con el recuerdo de nuestros sueños inocentes.

Sergio Barce

PASEANDO POR EL ZOCO CHICO - cubierta

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