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“IL NUOTATORE”, TRADUCCIÓN AL ITALIANO POR FRANCESCA SERGI, DE MI RELATO “EL NADADOR”

PASEANDO POR EL ZOCO CHICO - cubierta

Hoy me ha sucedido algo realmente hermoso. He recibido un correo en el que me enviaban mi relato El nadador traducido al italiano. Y suena tan bien al leerlo, aunque no domine ese idioma… Me lo he imaginado en la voz de Toni Servillo.

Es el resultado de un trabajo que ha llevado a cabo Francesca Sergi, a la que le estoy infinitamente agradecido, no sólo por haber elegido mi  cuento sino por su generosidad al dejar que pueda compartir con todos vosotros el resultado. Tuvo incluso la iniciativa de vernos durante el proceso de traducción para que yo le explicara algunos detalles de la historia y otros aspectos de la vida en Larache, que influían en el sentido y el significado del texto. Espero haberla ayudado lo suficiente.

La traducción se enmarca dentro de los cursos de Traducción para el Mundo Editorial UMA en los que ha participado Francesca Sergio y que ha dirigido mi amigo el profesor Marcos Rodríguez Espinosa en la Universidad de Málaga 

Y ahora, si me lo permitís, voy a releer algunos párrafos, solo por el placer de hacerlo. Suerte para los que podáis leerlo en italiano sin esfuerzo alguno, que lo disfrutéis. 

 

IL NUOTATORE

Sergio Barce

Traduzione di Francesca Sergi

 

Le braccia si immergevano generando una spuma salata che si diluiva alle sue spalle dopo un’effimera esistenza. Lo stesso accadeva alla piccola scia di onde sparse che abbandonava dietro di sé. Tutto il movimento era di un’armonia impeccabile: le braccia, le gambe, la rotazione della testa per prendere aria, immergerla ed espellere quella stessa aria dalla bocca, sott’acqua. Non chiudeva gli occhi nemmeno per un istante. Hakim vedeva sul fondale prima la sabbia e le alghe indifese, poi solo sabbia e, più avanti, il verde bluastro dell’oceano.

Sentiva lo sciabordìo che lui stesso provocava avanzando senza sosta. Non se ne parlava di fermarsi: continuare, continuare, continuare ad andare avanti. Smettere poteva significare la resa, perdere l’equilibrio, sfiancarsi in mezzo all’abisso. Aveva percorso almeno duecento metri, e sentiva le pulsazioni del suo cuore, diverse da quelle dell’inizio, e così come le sue braccia colpivano la superficie verde smeraldo, allo stesso modo anche i suoi piedi scalciavano per aiutarlo ad avanzare. Cercava di non perdere la concentrazione sulla propria respirazione ritmata, ossessionato dall’idea di perdere il ritmo e arrendersi, vedersi umiliato. All’improvviso pensò ad Haddu e ad Abdelilah che ridevano del suo clamoroso fallimento. Gli avrebbero lanciato il pallone di cuoio contro la schiena, burlandosi di lui, come facevano di solito quando gli infilavano un gol sotto le gambe.

– Sei scemo, Hakim. Dove ti credi di andare? Alle Canarie?

Pensare alle loro possibili beffe lo spronò, ed infuse un ardore disperato alla sua impresa.

Calcolò che dovesse trovarsi già a metà strada. Non voleva controllare, perché il fatto di provarci poteva affaticarlo, avrebbe inghiottito acqua e a quel punto avrebbe solo potuto agitare le braccia senza trovare niente. Gli era successo mesi prima e giurò a se stesso di non ripetere l’esperienza. In quel momento credette di morire, ma la provvidenza volle che qualcuno, da uno dei pescherecci, lo notasse. Lo tirarono su mezzo affogato e rimase un bel po’ a vomitare e tossire sopra coperta. Ricordava l’odore forte di salatura e reti bagnate. Oggi si era tuffato dal faro del frangiflutti. Lasciò alla sua destra la spiaggia pericolosa e fece uno sforzo per allontanarsi dall’altro lato, dall’entrata al porto, dallo sbocco del Loukos. Lì non correva il rischio di farsi trascinare dalla marea. Erano già dodici anni che nuotava di fronte agli scogli di Larache, il suo paese, e conosceva le difficoltà e le trappole che le acque vi avevano tracciato nei secoli.

Ad Hakim piaceva nuotare dietro le barche che approdavano alla tonnara. A volte lo faceva con Haddu ed Abdelilah, ma loro si annoiavano subito e ritornavano alla spiaggia. Preferivano giocare a palla sulla sabbia dura della bassa marea. Ad Hakim piaceva anche sedersi più tardi sul bordo dell’argine, inondato dall’odore dolciastro dei tonni morti che, appesi a poppa, risplendendo con il riflesso arancione del sole, sembravano armature tolte al nemico che venivano esibite al paese come trofeo della vittoria. Di solito faceva incursioni dall’imboccatura del porto, tra le zattere che portavano la gente dall’altro lato, quelle che andavano alla spiaggia e ritornavano come tartarughe sfiancate. I bambini sporgevano allora le braccine oltre il bordo delle barche a remi. Hakim li seguiva assumendo, con gioiosa giovialità, il suo ruolo di squalo marionetta. Si divertiva con le risate nervose dei bambini che, gridando, sorridenti ed eccitati, ritraevano le braccine nella zattera mentre lui si slanciava con le gambe in un piccolo salto per dare un morso all’aria.

– Gnam, gnam! – apriva la bocca con esagerazione.

Hakim sognava di arrivare in Europa, imbarcarsi in qualche mercantile o in uno dei pescherecci che si ancoravano a un centinaio di metri di fronte al castello di Sant’Antonio. Li osservava dal Balcone dell’Atlantico. Di notte erano come piccole lucciole che rimanevano ferme battendo le ali in un punto indeterminato. Hakim sognava anche di attraversare l’oceano, sbarcare in Spagna ed arrivare a Madrid, poter vedere giocare il Real al Bernabeu. Da quando era molto piccolo desiderava sedersi nelle gradinate dello stadio, chiedere un autografo a Roberto Carlos.

A Haddu si illuminavano gli occhi, brillando di eccitazione, immaginandosi anche lui nelle gradinate. Si sbellicavano dalle risate di pura sovreccitazione, quando pensavano a tutto questo, quando si vedevano acclamati dalla tifoseria o mentre correvano sulla fascia fino ad arrivare al pallone e crossare in area, dove Zidane avrebbe colpito di testa facendo rete. Haddu si sdraiava a pancia in su con un sorriso inebetito sulle labbra.

Hakim continuava a nuotare. Le bollicine salivano quasi sfiorando il suo viso, schivandolo, e formavano una spuma sporca che si mischiava a quella che producevano le sue braccia. Non voleva guardare avanti, solo verso il fondo dell’acqua. Calcolava che avrebbe dovuto nuotare ancora per altri venti minuti.

Di mattina Hakim aiutava suo padre a montare la bancarella di oreficeria che avevano nella strada Reale. Era ben situato, ma suo padre non era esattamente un uomo piacevole, né aveva doti da commerciante. Se fosse stato diverso, come Yebari, sicuramente si sarebbe guadagnato una buona posizione, ma, come era solito diceva dire, in realtà si era riproposto solo una cosa nella propria vita: passare inosservato, non dare fastidio a nessuno e non essere infastidito. Ad Hakim lo mandava fuori di testa quel carattere pusillanime di suo padre e, non appena ne aveva l’opportunità, se la svignava dalla bottega. Era allora che scendeva per la strada Reale fino agli scalini del porto, lasciava i suoi vestiti nella zattera di Abdussalam, si tuffava in acqua e nuotava. Si sentiva allora bene con se stesso, come se la foce del fiume, il porto stesso e le spiagge di Larache fossero il posto migliore del mondo, l’unico nel quale si sentiva realmente libero e senza nessun obbligo.

Escena de El nadador

Escena del film “El nadador”, dirigido por Pablo Barce

Aveva scoperto il piacere di nuotare addentrandosi in direzione dell’irraggiungibile orizzonte, evitando le correnti, allontanandosi dalla spiaggia pericolosa quanto le sue braccia e le sue gambe gli consentivano. Non ascoltava Abdelilah che, sempre timoroso, gli urlava dalla sponda, quasi inseguendolo fino a che l’acqua gli arrivava alla vita.

Ayi, Hakim! Non fare pazzie! Torna indietro, per l’amor di Dio!

Ma lui si consegnava alle carezze dell’oceano, lasciandosi portare dal proprio entusiasmo.

La spiaggia pericolosa racchiudeva le sue leggende, vecchie storie che raccontavano gli anziani del quartiere di Las Navas ed i ciechi del Zoco Chico. Anche Hakim era stato testimone del potere divoratore di quella spiaggia oltraggiata, sempre irrequieta, severa, con selvaggi disegni di creste affamate che si infrangono in un ruggire assordante. Quando stava seduto, al bordo della sua minacciosa sponda, sentiva che Aixa Candixa nuotava nelle sue acque. Lì, vide arrivare un corpo gonfio, deforme ed irriconoscibile, un uomo mordicchiato da pesci inebriati e che sicuramente aveva provato a mantenersi a galla credendo di poter piegare il proprio destino. Vide quel corpo maltrattato, con alghe putride che fuoriuscivano da una bocca alterata, scura, e sentì che quello era un avvertimento.

– Fai attenzione – mormorò Abdelilah al suo fianco, senza poter distogliere lo sguardo da quel corpo nudo.

All’imbrunire, Hakim rimaneva seduto sulla balaustra del Balcone e seguiva con gli occhi lucidi il sole che calava lentamente, tranquillamente, laconicamente. Haddu ed Abdelilah gli passavano una sigaretta, che condividevano in silenzio. La silhouette del castello di Sant’Antonio, ritagliata contro il firmamento rossiccio, avanzava allora come se di notte le fosse permesso di navigare sulle acque. Hakim lo osservava con attenzione e sentiva un antico palpitare all’interno dell’edificio, qualcosa come un’anima stremata dai suoi ricordi. Lì seduto, Hakim era capace di arrivare al bordo dell’orizzonte, nuotando senza scoraggiamento, aiutato da Lalla Menana, e alcune volte si vedeva perfino già seduto nella tribuna del Santiago Bernabeu, incoraggiando la sua squadra.

Soffiò aria sott’acqua, notando come i polmoni si svuotavano, e vide le bollicine salire come piccole sfere di cristallo. Non aveva bisogno di alzare la testa per sapere che si trovava molto vicino allo scafo del peschereccio spagnolo che aveva scorto dallo scoglio. La vicinanza aumentava le sue pulsazioni. All’improvviso, l’ombra della silhouette metallica lo coprì come un nuvolone straordinario e smise di nuotare. Galleggiava lasciando il corpo floscio, facendo il morto a galla, con il viso raggiante e lo sguardo che vagava per l’azzurro piatto del cielo. Di lì a poco, alcune voci lo incitarono ad avvicinarsi alla barca. Hakim diede una bracciata e allungò una mano nel vuoto. Sentì come lo afferravano con forza. Lo tirarono su e lo misero sopra coperta, spinto da varie mani di proprietari diversi con atteggiamenti opposti.

A malapena poté aprire gli occhi. Si sentì talmente estenuato che le gambe non lo sorreggevano e lo lasciarono riposare sugli attrezzi da pesca. I gabbiani planavano sopra la sua testa. Li sentì gracchiare, come se esigessero che si servisse loro il pranzo ad un orario convenuto. Hakim appoggiò i gomiti nelle reti, l’odore di pesce gli passava per le fosse nasali con una certa virulenza. Una mano sconosciuta, callosa e dura, gli offrì una tazza di brodo. Lo bevve con parsimonia, e gli parse caldo e confortante. Quando si sentì del tutto ristabilito, si alzò, avvicinandosi agli uomini che parlavano distrattamente nella sentina.

– Come ti viene in mente di venire a nuoto, ragazzo… – i tre uomini lo guardarono con curiosità, accennando sorrisi indulgenti.

Anna andare a lispania… – disse Hakim.

Sentì quel morso che gli bloccava lo stomaco quando si azzardava a chiedere che lo aiutassero ad arrivare all’altro continente, una strana sensazione di paura dell’ignoto, di vedersi da solo, lontano dai suoi genitori e da suo fratello, da Haddu ed Abdelilah. Il suo costume da bagno scolorito, che una volta era nero, gli dava un aspetto sgraziato. O forse era la sua estrema magrezza ciò che spingeva a compatire la sua apparente fragilità.

– Ci ha fottuto bene… – brontolò il maggiore dei tre marinai – Questo vuole che lo portiamo come clandestino…

Jay, iò non dà fastidio, lo giuro. Taiuta… pulisce, lavora… – Hakim si portò una mano nervosa alla bocca – Non mangia tanto… non dà fastidio.

Si morse il labbro. In fondo, temeva che lo aiutassero, che gli dicessero di nascondersi nella stiva.

– Mi dispiace, amico. Ci sono troppe motovedette.

I gabbiani si avvicinavano alla cabina in maniera un po’ suicida e i loro gloglottii sembravano trasformarsi progressivamente in urla sconsolate. Ad Hakim facevano paura, e di tanto in tanto dedicava loro un’occhiata minacciosa. Non si era mai fidato di loro.

– …iò non dà fastidio, jay… iò  vedere Raul e Roberto Carlos…

– Porca troia! Questo è del Real Madrid, fratello – il marinaio più giovane sputò a terra. – Hai fatto una cazzata, amico. Il capitano è del Barsa… Minchia, ci ha presi per una barca di divertimento…

Il maggiore dei marinai si tolse il cappello che gli copriva mezza faccia e lo sbatté contro la gamba dei suoi pantaloni. Rimase in silenzio per qualche istante, guardando Hakim come per valutare la situazione; poi schioccò la lingua e, poco dopo, scuotendo la testa da un lato all’altro, indicò con il cappello la costa.

– Torna a casa tua, ragazzo… Vattene prima che il capitano ti prenda a calci in culo.

 buono, jay…

Dai, paisa, non rompere i coglioni…

Hakim insisté appena. Ed inoltre fece la sua esigua protesta senza un briciolo di convinzione. Era la stessa storia che si ripeteva, come le altre volte che aveva nuotato fino ad altri pescherecci. Sapeva che nessuno avrebbe corso il pericolo di portarlo, però ci provava sempre. Era come giocare d’azzardo. Aveva il presentimento che Lalla Menana gli teneva in serbo una sorpresa, che la sua vita non poteva essere come quella degli altri bambini della strada Reale. E pregava affinché fosse così, chiedendo alla patrona di aiutarlo, e se inoltre, al tempo stesso, lo faceva anche con i suoi genitori e con suo fratello, tanto meglio.

Tornò a vigilare i gabbiani e verificò che erano più interessati alla cabina della barca che a lui, quindi approfittò di quel momento per lanciarsi di nuovo in acqua. Sentì vagamente le voci dei marinai, più deboli ad ogni bracciata, fino a quando si spensero, come il gracchiare malaticcio e penoso degli uccelli. Si sforzò allora di concentrarsi sulla respirazione, sui movimenti delle braccia e delle gambe. Non avrebbe raccontato nulla ai suoi amici. Gli avrebbe detto solo che era rimasto a nuotare un po’, come le altre volte. Solo questo.

Tornò a sentirsi tranquillo, libero da tutti. Senza sapere perché, si azzardò ad alzare la testa e vide la costa, il faro dello scoglio, il castello di Sant’Antonio che si ergeva con i resti del suo orgoglio sgretolato, le rocce di Ain Chakka, sotto i giardini del Balcone, il cimitero vecchio, anche le case stipate, come appese sulla scogliera. Un’occhiata rapida, furtiva, ma, ciononostante, Hakim si sorprese di quanto aveva potuto dominare con un gesto così piccolo. Fu capace di vedere tutto e questo lo fece sentire sicuro di se stesso. Seppe che avrebbe raggiunto la spiaggia senza troppo sforzo, seppe che questo era senza il minimo dubbio ciò che desiderava: arrivare alla sabbia, calpestarla, sentire la vicinanza del suo paese, correre fino alla bottega di suo padre, abbracciarlo, abbracciarlo stretto.

Francesca Sergi

Francesca Sergi

(El nadador – Il nuotatore – forma parte del libro de relatos Paseando por el zoco chico, larachensemente – Ediciones del Genal – Málaga, 2015 – ISBN -978-84-16021-67-3)

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OTRO RELATO PARA LEER: “EL CALLEJÓN SIN SALIDA”

Continuamos en alarma y el refugio más seguro es la lectura y el cine. Como ya vengo haciendo estos días, os ofrezco uno de mis relatos para haceros esta travesía más llevadera. Hoy, el titulado El callejón sin salida, que forma parte de Paseando por el zoco chico, larachensemente (Ediciones del Genal, 2ª edición 2015). Es el escogido porque Ángela López Cobos me lo recordó ayer al decirme que lo estaba releyendo.

Que lo paséis bien. Y cuidaos, por favor.

EL CALLEJÓN SIN SALIDA

Hago girar la ruleta, y gano un barquillo. Me gusta la bombona metálica del barquillero, la panza roja, los dibujos del frontal, la corona plateada donde gira la ruleta. Me dice que lo intente de nuevo, y vuelvo a ganar cuando la hoja se detiene. Le doy el barquillo a Emilio. Me giro, veo el carrito que hay en la esquina del Conservatorio, compro un cartucho de garrapiñadas, están calientes. El hombre, que para atender su modesto carro viste sin embargo pulcramente un babi azul de susi, me lo entrega con cuidado para que no se caigan, me fijo en sus dientes, siempre le asuman las paletas por entre los labios, me sonríe, es un buen hombre y creo que disfruta vendiendo sus golosinas y sus garrapiñadas, garbanzos, pipas y caramelos a los niños. Cuando pasen unos años y regrese a Larache, él seguirá ahí como si formara parte del paisaje de la avenida Hassan II.

De pronto la puerta del Conservatorio se abre, y don Aurelio, orondo, serio, sale echando una ojeada a su reloj de bolsillo. Al levantar la vista, me ve y sus ojos me estudian de una manera curiosa, como si se preguntara por qué no soy alumno suyo. No sé tocar ningún instrumento y jamás aprenderé, pese al empeño de mi padre en regalarme cada Navidad un instrumento diferente, guarda la esperanza de que termine por sucumbir a alguno.

Vamos a entrar en el Ideal, ponen una película francesa de las guarras. Hay cola, pero Emilio Gallego nos cuela y como no tenemos entrada nos sentamos dos en cada butaca. Luisito Velasco está a mi lado, Lotfi Barrada y José Gabriel Martínez en la otra. La película empieza y nos quedamos mirando la pantalla con la boca abierta. Hace calor. Y la temperatura sube. Hay un corte, la bobina se ha atascado.

-¡Radio! ¡Radio! –gritan desde la platea.

Luego, la película continúa y el silencio se hace sepulcral. Ver las actrices desnudas nos causa un efecto anestesiante… Ya tenemos tema de conversación para toda la semana.

Me voy al callejón sin salida. Es el callejón de mis juegos desde que nos hemos mudado de Mulay Ismail a la avenida Mohamed V. La nueva casa está en el edificio de granito de Uniban, residimos ahí porque mi padre trabaja en esta entidad. En nuestra misma planta vive la familia Matamala, los Álvarez y Antoñito Guerrero, antes vivía Torres. Recuerdo que cuando la selección de fútbol de Holanda ganó el Campeonato del Mundo -vale, no lo ganó, es verdad, pero en mi recuerdo lo hicieron-, Manolo y Miguel Álvarez salieron conmigo y nos pusimos a jugar a la pelota. Yo era Neeskens, Miguel hacía de Cruyff y su hermano Manolo imaginaba ser Kroll. Me tomaban el pelo porque yo era más pequeño, y porque ellos eran del Real y yo del Atlético de Madrid.

Pero donde disfrutaba de veras era en el callejón de abajo, el callejón sin salida. Allí jugábamos a la pelota durante horas, sin descanso. A veces el balón caía en el huerto que hay entre la iglesia y la parte de atrás del Banco, y saltábamos la tapia para cogerla. En otras ocasiones, el balón se quedaba sobre el destartalado techo del almacén que cerraba la calleja y era preciso recuperarla con cuidado, trepando hasta allí arriba, pisando luego las viejas tejas como si fuésemos funambulistas; aunque lo peor era cuando se colaba por un boquete que había abierto entre el muro y las tejas, entonces había que deslizarse hasta abajo para recuperarla. Todo el local estaba lleno de escombros y olía a humedad, seguramente habría ratas y, por eso, cuando me tocaba a mí bajar al interior para buscar la pelota, lo hacía lo más aprisa posible, como si me llevara el diablo.

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Larache – el callejón sin salida

En ocasiones, mientras jugábamos nuestro partido, aparecían otros niños de la calle Daisuri o del barrio de la Alcazaba, que solían invadir nuestro territorio atacándonos con piedras. Para defendernos, teníamos un buen arsenal de naranjas verdes, repartidas estratégicamente tras la tapia y también en el techo de la iglesia del Pilar, hasta donde nos encaramábamos para atrincherarnos. Nunca hubo heridos, que yo recuerde, e incluso sabíamos cuándo iban a atacar, en una permanente guerrilla entre calles. Pero un día formamos tal batalla campal que aparecieron los mejaznis y tuvimos que escapar saltando por la tapia de la iglesia, escabulléndonos como ladronzuelos. Luego vimos que, a los chavales a los que los agentes habían logrado coger, les dieron una buena manta de golpes ,y la gente se arremolinó en la avenida para ver qué ocurría. Durante bastante tiempo abandonamos nuestras reyertas.

Existía otro motivo para detener nuestro juego y abandonar el callejón. Eso sucedía cuando escuchábamos acercarse algún cortejo fúnebre. Corríamos hasta la avenida y nos quedábamos allí quietos, silenciosos, observando al difunto que era transportado a hombros por varios hombres y al resto de los acompañantes que lo seguían caminando muy aprisa, y, hasta que no terminaban de pasar todos, no regresábamos. Con lo traviesos que éramos a esa edad ahora me sorprende el respeto que demostrábamos en tales ocasiones, quizá porque lo aprendimos por la costumbre de nuestros mayores, y la costumbre que no se impone es la mejor de las enseñanzas.

También recuerdo los días que hacíamos carreras de bicicletas en el mismo callejón sin salida. Consistía en ir lo más aprisa posible desde la pared del almacén hasta la acera de la bocacalle, ya en Mohamed V, y regresar de nuevo. Cierto día, iba tan rápido, pedaleando con todas mis fuerzas, queriendo ser el más veloz de todos, que me estrellé contra la pared al no calcular debidamente la distancia de frenada. Caí de espaldas, con la bicicleta encima, y me quedé allí unos segundos sin sentido, tendido en el suelo.  

En el último portal del callejón solíamos escondernos para fumar. Y nos pasábamos horas hablando. No era una callejuela muy larga, pero en ella se desarrolló un mundo de aventuras y de juegos, y de pequeños secretos.

Cuando el sol caía sobre la callejuela, los hombres del Casino Israelita se sentaban en el suelo y jugaban a las damas. Solíamos quedarnos allí acuclillados a su lado observando la partida. Todo con calma, sin prisas, larachensemente.

Me sorprende qué es lo que retenemos en nuestra memoria. Yo, en concreto, de todo lo que estoy contando ahora, puedo reconstruir perfectamente aquella pared que cerraba el callejón, que lo convertía en un callejón sin salida, y puedo hacerlo al detalle: una pared húmeda con unas letras rojas descoloridas y borrosas que iban desapareciendo entre desconchones, también la forma del tejado moribundo, siempre con el latente peligro de desplome, y por el que andábamos conteniendo la respiración en busca del balón, y el olor del interior del almacén abandonado, los escombros y las paredes interiores semiderruidas, sus maderas podridas. Incluso recuerdo los dos lugares exactos del muro del huerto que utilizaba para escalarlo: el primero era el que hacía esquina entre el propio muro y la pared del almacén, porque podías asirte al hueco abierto en las tejas y era fácil impulsarte, y el otro estaba justo en medio del muro, donde existía una dentellada en la parte de arriba con la forma y el tamaño justo para que los dedos se acoplaran perfectamente. Quedaba, como último recurso, el ayudarte apoyando el pie en la reja de hierro, pero esto era más incómodo y, además, te podían ver los empleados de la oficina de Uniban y te llamaban la atención golpeando en las cristaleras.

El interior del huerto también sigue fresco en mi memoria: las hojas secas del suelo, el olor de las naranjas, los troncos de los árboles. Cuando los del otro barrio nos atacaban, corríamos por encima del muro como si fuera un camino seguro, aunque no lo era, pero nos lo conocíamos a la perfección y bordeábamos así el huerto hasta llegar al techo de la iglesia, compuesto de pequeñas terrazas superpuestas. Un lugar perfecto para esconderse y esperar al enemigo.

Tengo ahora en mis dedos el tacto cierto de ese muro, la rugosa piel fría y dura de las pequeñas naranjas verdes, la pintura seca de las paredes exteriores de la iglesia. Conservo en los pulmones el aire del callejón, guardo en mi interior las voces de los amigos retumbando en un eco del ayer pidiendo que les pasara la pelota, los gritos de júbilo al marcar un gol. También la de los hombres que salían del pequeño casino para que no molestásemos.

Como las ventanas de mi casa daban al callejón, mi madre, y otras veces Mina, asomaba la cabeza y me daba una voz para que fuera a merendar. Mis amigos subían conmigo y, después de darnos un buen atracón de pastas, nos íbamos al Jardín de las Hespérides para recolectar los dátiles que habían caído de las palmeras y estaban diseminados por el suelo, dátiles que pasaban a formar parte de nuestro arsenal de defensa. Teníamos que hacerlo aprisa para que no nos descubriesen los niños de Alcazaba. Sin embargo, si ya había oscurecido bastante, solíamos utilizar los dátiles para lanzárselos a las parejas de enamorados que, sentadas entre las sombras de la noche, se besaban y abrazaban. Teníamos que huir muy, muy a prisa para que no nos pillaran… Travesuras que creo que todos hicimos.

Un relato de Driss Sahraoui, que releo en estos momentos, me ha llevado a la avenida Mohamed V, he recordado estos pequeños episodios de mi infancia ocurridos tras dejar mi primera casa en la calle Mulay Ismail para ir a vivir al robusto edificio de Uniban, donde actualmente está el Banco de Marruecos, y una cosa ha llevado a la otra, y me ha encantado volver a ser aquel niño que jugaba en ese pequeño callejón sin salida en el que se han quedado nuestras voces y nuestros gritos, impregnado aún con el recuerdo de nuestros sueños inocentes.

Sergio Barce

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OS INVITO A LEER MI RELATO “LA VENUS DE TETUÁN”

Seguimos en este confinamiento global. Después de ofreceros mi cuento Larachensemente como terapia para pasar el tiempo, he decidido invitaros a seguir leyendo otros relatos míos para tratar de que todo se haga menos amargo.

Para hoy, rescato este otro titulado La Venus de Tetuán que forma parte del libro colectivo de la Generación BiblioCafé Por amor al arte (Jam Ediciones, – Valencia, 2014). 

Es un texto con una gran dosis de sensualidad, y tal vez sea ahora un buen momento para que lo sensorial y lo erótico invadan nuestras casas… Ojalá logre atraparos con esta historia.

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Lienzo de Claudio Bravo

LA VENUS DE TETUÁN

 Llevaba años sin saber nada de él, y cuando recibió la llamada de Jadiya no supo negarse a ir. Pero de aquel trabajo en Tetuán recordaba muy a menudo los apacibles días, las largas sesiones en el estudio, las playas de Martil, los paseos hasta la plaza del Feddan, los valses embriagando las estancias, a veces, incluso, lo que nunca ocurrió. No podía hacer demasiadas conjeturas porque todo le parecía inesperado y extraño, y, sin embargo, cómo eludir esa cita, cómo despreciar la última voluntad de un hombre como Rivanera. Sin embargo, seguía sin comprender por qué al final se había acordado de ella.
Mientras el taxi, un viejo modelo Mercedes de los setenta, avanzaba por la carretera, un calor húmedo y cansado la acompañó durante la mayor parte del trayecto hasta Tetuán. El taxista le hablaba en perfecto castellano de su familia, del tiempo, de Castillejos, de que Marruecos no notaba la crisis porque llevaban toda la vida en crisis, del año que pasó en Barcelona trabajando en la construcción… Paloma cerró los ojos en algún instante, acunada por la voz del hombre, por el monótono ronroneo del motor, por el bochorno que entraba por la ventanilla del coche. En la breve duermevela quizá, fue cuando regresaron como la pleamar los largos meses que pasó con Rivanera. Se acordó de su casa, un riad en la vieja medina situado en una callejuela estrecha pero con un mirador espectacular, los colores, las voces, los alumnos que pasaban por allí, y aquella copia de La Venus del espejo de Velázquez que presidía el patio. Rivanera la había hecho reproducir a tamaño real y, cada mañana, se sentaba frente al cuadro y lo contemplaba durante una hora.
Pero en esta ocasión iba al encuentro de la sombra del artista. Jadiya le rogó que fuera porque, aunque hacía un mes que ya lo habían enterrado, debía enseñarle algo, algo que no podía dejar de ver, algo que él había legado para ella, pese a los años sin ningún contacto entre ellos. No le dijo de qué se trataba y Paloma no lo preguntó.
Paloma tenía una coqueta tienda de ropa en Sevilla, pero durante quince años fue una de las modelos más solicitadas por los pintores de Madrid. Modelo y musa, así la describieron en algún artículo de prensa. Y cuando Rivanera la reclamó para que acudiera a su estudio en Tetuán, fue sin pensarlo. Eso ocurrió en 1996. Entonces Paloma acababa de cumplir veinticinco años. Se miró las manos, delgadas, desde hacía tiempo le iban apareciendo manchas en la piel, muescas del tiempo que avanzaba imparable, y pensó que comenzaban a transformarse en las manos de una mujer mayor.
Rivanera pasaba por ser uno de los mejores pintores realistas del momento, y trabajar para él como modelo suponía entonces elevar el caché. Le pagaría bien, y además, durante su estancia en Marruecos, tendría cubierta la manutención y la estancia. La recibió en su casa como si esperase a alguien que iba a salvarlo de algún desastre. Eso halagó a Paloma, y se rindió en seguida a los educados modales de Rivanera, a su voz tranquila y modulada, a sus largos monólogos mientras pintaba, a sus discos. Pero lo primero que hizo cuando ella entró en la casa, fue enseñarle la réplica del Velázquez.
-Es la perfección –dijo entre dientes-. Lástima que no tengamos el original, ¿verdad?

La acomodó en la casa adyacente a la suya, a la que solo debía ir para asearse, cambiarse y dormir. Y salvo las horas que no estuviera obligada a posar, era libre de hacer lo que se le antojara. Paloma se acostumbró en seguida a su nuevo ritmo de trabajo, a los apacibles desayunos con rarif recién hecho y untado de miel, acompañada de Rivanera y de Jadiya, a veces también con algún admirador que él nunca dejaba en la calle, a las cenas en la terraza bajo el cielo embaucador del viejo Tetuán, a los largos paseos. Iba acordándose de esas escenas, que habían sido su única compañía en los últimos años, y de aquella casa, siempre llena de lienzos, caballetes, óleos, pinturas, y sobre todo de música, música que resonaba sin parar deteniendo las horas. Era fácil encontrar la casa de Rivanera porque se escuchaban los conciertos desde las callejas cercanas, como invisibles anzuelos lanzados al aire. Paloma sonrió. Veía a Rivanera con Jadiya entre sus brazos, bailando un vals, la chica con las mejillas rojas como rosas… Durante las dos primeras semanas creyó que ella era su amante. Luego supo que nunca hubo nada entre ellos. Solo era una alumna de la Escuela de Bellas Artes que, para pagarse sus clases, trabajaba en la casa. Para su suerte, Rivanera, además, le enseñaba el oficio.
El primer día, Rivanera le pidió a Paloma que posara vestida con un caftán. Garabateó bocetos, ideas, líneas. Una semana después le dijo que ya se había adaptado a ella, que le resultaba cómoda su compañía, y entonces comenzó a pintarla desnuda. Para eso la había contratado. A Paloma nunca le había resultado violento hacerlo, en realidad era extraño que un pintor no se lo pidiese. Tenía un cuerpo esbelto y fibroso, y el cabello negro y largo. Sus ojos recluían el eco de un misterio.
Por las mañanas, cuando entraba en la casa grande para desayunar, Paloma encontraba a Rivanera arrellanado en un sillón de mimbre, estudiando La Venus del espejo, y, dependiendo de su humor, con Chet Baker o con Miles Davis en el tocadiscos, a esa hora casi inaudibles, como un siseo de compases. Se quedaba allí una hora, y luego entraba en la cocina y se sentaba con ellas, y les hablaba del cuadro de Velázquez, como si cada día descubriera algo nuevo en esa pintura.
-Busca algo. Es la verdad –solía decir Jadiya meneando la cabeza de un lado a otro cuando él se encaminaba a la habitación convertida en su estudio.
Ahora que las rememoraba, a Paloma se le antojaba que aquellas maratonianas jornadas de trabajo nunca le pesaron en absoluto. Fue muy fácil posar para él.
Cuando Rivanera le enseñó el lienzo acabado, con ella de motivo, en un desnudo frontal y directo, a Paloma le pareció tan real que creyó estar viéndose en un espejo. Sin saber por qué, se ruborizó, y los dos rieron y sus miradas se cruzaron en unos segundos de palabras innecesarias.
Al día siguiente, Rivanera montó la cama. Jadiya se encargó de retocarla, de cubrirla con una sábana y de poner cada pliegue en el lugar exacto en el que sabía que él deseaba que estuviera, incluso la posición del almohadón tenía que estar en su sitio. También fue Jadiya quien le dio las instrucciones precisas de cómo debía de posar para esta nueva obra. Tendida en la cama boca arriba, desnuda, por supuesto, pero de costado, la pierna superior extendida, la que quedaba debajo ligeramente recogida, el brazo izquierdo sobre el pecho y la mano derecha asomando tras su silueta a la altura de las nalgas, la cabeza apoyada en el almohadón pero girada en dirección al caballete, mirando al maestro, como si ya llevara un tiempo recostada aguardando a que llegase su amante.
-Qué guapa… Es la verdad –dijo Jadiya antes de salir del estudio.
A Paloma nunca dejó de sorprenderle la desenvoltura y seguridad de esa chica de diecinueve años que parecía una adulta en el cuerpo de una adolescente.
Rivanera entró en el estudio y estuvo contemplando a Paloma, casi sin pestañear. Y luego, súbitamente, lanzó el pincel en un movimiento de inspiración. En ese instante, desde algún lugar de la casa, llegaron los primeros acordes del primer vals.
-Busca algo. Desde hace mucho tiempo. Es la verdad –era un latiguillo que Jadiya le repetía a menudo.
-¿Sabes por qué me ha elegido a mí como modelo? –le preguntó Paloma días después, caminando por la calle Tranqat mientras la chica elegía las verduras y las frutas que habían ido a comprar.
-Busca su Venus del espejo –Jadiya pareció ruborizarse-. A mí me ha retratado algunas veces. Y han venido muchas modelos, que han posado como tú… Pero no es lo que quiere.
-Es la verdad –se adelantó Paloma, y Jadiya se echó a reír dándole una palmadita en el hombro.
Tardó diecinueve meses en acabar el cuadro. Nunca dejó que Paloma lo viera. Como un misterio imposible. Y durante todo ese tiempo, Rivanera apenas le habló de su vida, que Paloma fue intuyendo como si deshiciera una madeja, y eludió su mirada, como si temiera perder la concentración. Se limitaba a contar anécdotas que conocía de la vida de los músicos que escuchaban en cada sesión, anécdotas increíbles y divertidas de Mozart, y de Strauss, y de Bach y de Rossini, o a describirle al detalle las pinturas de otros artistas. Evitaba la realidad.
Baker o Davis lo acompañaba cada mañana al escrutar el cuadro de la Venus de Velázquez, y luego comenzaban los valses y los conciertos y las óperas. Jadiya se encargaba de poner el tocadiscos. Rivanera tenía toda la colección de música clásica Deutsche Grammophon, y cuando se editaba un nuevo disco le llegaba enseguida desde Hannover. El jazz era personal, lo escuchaba a solas en su dormitorio.
Paloma no tardó en conocer a algunos profesores destinados en el Jacinto Benavente y en el Juan de la Cierva, con los que se veía en la Casa de España. Y también se aficionó a los tayin de carne que preparaba la madre de Jadiya. Poco a poco hizo una vida más o menos rutinaria, y hasta tuvo pequeños escarceos con un par de hombres con los que trató de consolarse pero de los que apenas se acordaba. Donde realmente se sintió a gusto durante los meses que pasó en Tetuán, fue en la casa de Rivanera. Tal vez la música tuviera algo de culpa. En algún momento, años después, supo que jamás había sido tan feliz como entonces, que solo allí había estado a punto de lograrlo.
Jadiya solía entrar en el estudio sin avisar, y traía té con chuparquía o zumo de naranja con pastas. Paloma se cubría con una túnica liviana y Rivanera dejaba a un lado el pincel y la paleta, y servía el té a la manera tradicional, tal y como Jadiya le había enseñado. Y los tres conversaban durante un rato.
Paloma volvió a sonreír, cómo no acordarse de aquel día en el que ambas creyeron que Rivanera regresaba al caballete para proseguir con su obra y, sin mediar palabra, dio un sorprendente giro sobre los talones, asió a Jadiya de la cintura y la hizo bailar al compás de Strauss. La chica reía a carcajadas. Luego, la dejó e hizo lo mismo con Paloma, que giró y giró llevaba por la firme destreza de Rivanera hasta que, mareada, se sentó en el borde de la cama. Notaba el fluir de la sangre, un sofoco, una necesidad. Su mareo era dulce y reconfortante, como si la hubiesen besado en la boca hasta dejarla sin aliento. Y Paloma se llevó una mano al pecho, mirando de soslayo al retrovisor del taxista, temiendo que el hombre hubiese notado su inesperada excitación. Pero tenía los ojos clavados en la carretera, y Paloma suspiró aliviada.
Todo había sido especial; especial e irrepetible. Hacer este viaje parecía despertarla de un lamentable e indecente olvido. Y no encontraba una explicación plausible. Hasta que de pronto sintió que su vida se podía escribir en una sola cuartilla.
Dejaron el coche en una plazoleta adoquinada. El taxista le llevó la maleta hasta la puerta de la casa, y se despidió con un ademán. La puerta se abrió, y Paloma, al levantar los ojos, reconoció de inmediato a la mujer que le sonreía dulcemente y que la miraba con cierta emoción desde su rostro enmarcado por un hiyab turquesa. Se abrazaron. Las dos temblando.
Al entrar, el aire caliente quedó fuera, y Paloma agradeció el frescor del interior. Las paredes estaban llenas de obras de Rivanera, como un mosaico interminable. Jadiya parecía conservar su juventud intacta, aunque había en sus gestos un resto de cansancio y un recogimiento. La Venus del espejo continuaba en su sitio, pero descolorida y envejecida.
Se sentaron en la mesa de la cocina, palpándose las manos mientras se preguntaban una a la otra cómo les había ido en esos casi veinte años que ya habían pasado y que tenían escritos en las arrugas de la piel. Jadiya se había casado y había enviudado, su marido murió en un absurdo accidente de tráfico. Tenía un hijo de dieciséis años que estudiaba en el Juan de la Cierva. Vivía bien. Y no temía al futuro porque Rivanera le había legado la casa y una buena cantidad de dinero. Se portó bien hasta el final.
-Era un hombre bueno. Es la verdad –sentenció.
Y Paloma esbozó una sonrisa al escucharla. No había cambiado nada.
-Me enteré de su muerte por Rachid Sebti, que me localizó no sé cómo…
-¡Ah Rachid! Sí. Se respetaban mucho…
Paloma recordaba a aquel Rachid que buscaba la luz en su pincel y que también pintaba mujeres desnudas. Venía a veces al estudio, y analizaba con ojos inquisitivos la técnica de Rivanera. Hablaban entre ellos en francés, casi en susurros, como si trataran de hallar un secreto que tenían delante de sus ojos pero que no veían. Podía verlo allí parado, en el vano de la puerta, observándola primero a ella, luego al cuadro que Rivanera seguía pintando después de trece meses intensos, y al final mirándola de nuevo con una sonrisa mal disimulada, para al final asentir con la cabeza y, sin decir nada, marcharse. Paloma intuyó en aquel momento que el cuadro comenzaba a cobrar vida. Pero Rachid no volvió al estudio mientras Paloma continuó en Tetuán.

-¿De qué ha muerto? –preguntó Paloma.
-Se estaba quedando ciego, ¿sabes? Tenía que ayudarle a hacer casi todo… Decidió que la vida no tenía ningún sentido si ya no podía pintar.

Almorzaron en silencio, y mientras tomaban un té con hierbabuena y flor de azahar, Paloma miró a Jadiya, interrogándola. Ella asintió, y la condujo directamente hasta el estudio en el que posó para Rivanera. Los cuadros se amontonaban en el suelo, como hojas caídas en otoño, pero los que colgaban de las paredes, una decena de óleos y grabados, se abalanzaron sobre Paloma y le arrebataron el alma. No podía respirar. Jadiya la ayudó a sentarse, y la abanicó con un trozo de cartón.
Los cuadros eran cinco retratos y cinco desnudos. Y todos los retratos y todos los desnudos eran de Paloma. Paloma mirando de frente, Paloma de perfil, Paloma pensativa, Paloma dormida, Paloma viva. Veía su cuerpo desnudo, joven y lozano, expuesto al mundo en poses que nunca hizo: apoyada contra un muro blanco, sentado en una silla de enea, tumbada en un suelo de terrazo, bañándose en un hammán, mirándose a un espejo de cuerpo entero. Verse así fue como montar en un tiovivo que girase desbocado. Y notaba que había perdido algo indescifrable.
Jadiya le trajo agua con limón, la tranquilizó, le contó que Rivanera se arrepintió siempre de no decirle lo que sentía. Paloma clavó sus ojos en las oscuras pupilas de Jadiya, que con su silencio le confirmaba lo que una vez solo pudo intuir. Rivanera era demasiado tímido, excesivamente prudente, quizá fue un cobarde.
-Siempre hablaba de ti.
-¿Eso es verdad?
-Eso es verdad.
-Me pintó dormida… -dijo mirando emocionada ese cuadro en concreto.
-Fueron muchas sesiones, y a veces caías rendida… -Paloma frunció el ceño, incapaz de acordarse de que eso hubiera ocurrido realmente-. Él aprovechaba esos momentos y te pintaba. Nunca volví a verlo tan feliz. Nunca.
Una rara sensación recorrió su espalda. De pronto comprendía que aquello que a veces había rememorado no había sido el sueño o la fantasía que creía que era. Ocurrió una tarde, al marcharse Jadiya. Ella seguía posando, tendida en la cama, en la misma postura de los meses anteriores, pero debía de estar tan cansada que se relajó, girando la cabeza. Estaba medio dormida pero inusualmente inquieta. De pronto, notó la cercanía de un aliento sobre su cuello, sintiendo que el borde de la cama se hundía con suavidad, que una mano se posaba entre sus piernas y que un dedo rozaba, casi imperceptiblemente, su sexo. Paloma decidió que dejaría que sucediera lo que parecía ya ineludible. Lo esperaba. Lo deseaba. Pero un segundo después, la desarbolaba una agria sensación de decepción al notar que volvía a estar sola en la cama. Ahora sabía con certeza que esa fue la única vez que Rivanera lo intentó.
-Aquel día volví a la casa porque había olvidado algo, y entré justo cuando él estaba sentado a tu lado, acariciándote… Al verme, se apartó de ti avergonzado. Creo que se sintió mal por mi culpa. Nunca hablamos de eso.
Paloma se preguntaba si Jadiya también era capaz de leer sus pensamientos, pero se limitó a abrazarse a ella. Luego, Jadiya se incorporó y se acercó al único caballete que había en la estancia, cubierto por una sábana grisácea.
-Encontró la Venus que siempre estuvo buscando. Eso es verdad… La tituló La Venus de Tetuán. Y eras tú.
Dio un tironazo del extremo y la sábana se deslizó suavemente, como si fuese el telón de un teatro que se abriera para mostrar el escenario. Paloma se llevó las manos a la boca, como si reprimiera un grito, y se quedó ahí tan quieta que incluso dejó de respirar. Al fin veía el cuadro para el que posara de modelo durante un año y medio, al fin tenía delante el secreto de Rivanera. Y rompió a llorar como si nunca antes hubiera llorado.
Jadiya le secaba las lágrimas con las manos, le besaba los párpados, le susurraba que se tranquilizase.
-No me di cuenta –dijo Paloma entre sollozos-. Nunca me di cuenta de cuánto me amaba.
-Hasta el final… -añadió Jadiya-. Dejó estos cuadros para ti. Por eso te llamé..
El ferry surcaba las aguas del estrecho dejando una estela blanca a su espalda. Paloma estaba sentada, pero hubo de levantarse y salir a babor, para que le diera el aire. Estaba mareada. Sentía náuseas, y vomitó. Llevaba los treinta primeros minutos de travesía pensando en aquel día en el que Rivanera estuvo a punto de ceder a su deseo, sin saber que la tuvo a su merced, rendida. Se atormentaba preguntándose por qué no lo intentó de nuevo, por qué nunca le dijo nada. Cerraba los ojos al pensar que cuando Rivanera dio ese paso atrás los condenó a ambos.
Paloma rompió a llorar. No podía contenerse. Era un llanto roto y seco, personal e íntimo. Mientras se desahogaba apoyada en la barandilla, no dejaba de pensar que, si Rivanera no hubiese descubierto a Jadiya en la puerta del estudio, seguramente su mano habría continuado hasta apoderarse de ella y sus días más oscuros se habrían iluminado con sus besos, sus días más fríos se habrían abrigado con sus abrazos y sus días más silenciosos se habrían llenado de valses.

Sergio Barce

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“EL NADADOR”, CORTOMETRAJE DE PABLO BARCE, EN LA PÁGINA “CORTOS EN CASA”

Mi hijo Pablo me indica que, para hacer más soportable este encierro obligado, la página web de “Cortos en casa” ha seleccionado varios cortometrajes para que la gente pueda acceder a ellos en abierto. Ente las películas elegidas está El nadador.  Ganador del Premio Forqué al Mejor Corto de Ficción 2020 y Nominado en la misma categoría en los Premios Goya.

En concreto, leed esto que escribe Pablo:

Por si alguien no lo ha leído en otras redes o en la historias de Facebook, hoy podéis ver “El nadador” en cortosencasa.es, una iniciativa muy bonita a la que fui invitado por Carlos Villafaina y que ya lleva tres días de andadura. Los pases duran 24 horas, así que aprovechad no solamente para ver nuestro corto, sino también otros trabajos tan increíbles como “Tahrib” y “Uno”. La relación entre las tres historias es muy interesante, así que ¡no os lo perdáis!

Ah, ¡y mañana más! Podéis seguir viendo cortos y votándolos hasta el 29 de marzo. Seguro que os ayuda a pasar estos días en cuarentena.

¡Cuidaos mucho!

http://cortosencasa.es/

***

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LARACHENSEMENTE

Plaza españa

Dado el estado de encierro obligatorio por el que pasamos, os invito a salir y caminar larachensemente. Para ello, aquí tenéis uno de los relatos que forman parte de mi libro Paseando por el zoco chico, larachensemente (Ediciones del Genal – Málaga, 2ª edición 2015). Espero que su lectura os haga disfrutar y os arranque una sonrisa.

https://www.libreriaproteo.com/libro/ver/1615869-paseando-por-el-zoco-chico.html

Es el mes de julio. Hace calor. Ahmed baja por la avenida Hassan II, saluda a un par de conocidos que levantan la mano a modo de respuesta en la puerta del Valencia y continúa caminando. Los pasos de Ahmed son lentos, no tiene prisa, y cuando hace este calor prefiere tomarse las cosas con tranquilidad. El atardecer se vislumbra sobre las palmeras de la plaza de España.

Se sienta en la esquina de la terraza del Café Central, en una de las sillas situadas ya al final de la avenida, casi en la esquina. Pepe Osuna lo saluda con un movimiento de cabeza, desde otra mesa. La rotonda de la plaza empieza a desperezarse de la tórrida tarde y ya se ven algunos grupos de amigos pasear de un lado a otro. Algunos dan vueltas a la plaza con lentitud, larachensemente, deteniéndose una y otra vez mientras discuten de algún asunto sin importancia. A esos paseos por la rotonda los larachenses lo llaman grabar un disco.

Pasan diez minutos antes de que Hamid salga del local, con su eterna sonrisa, y le pregunta a Ahmed qué va a tomar. Qué va a ser, responde encogiéndose de hombros. Hamid suelta una risotada y regresa sobre sus pasos. Ahmed lleva treinta años sentándose en el mismo lugar, y siempre pide café solo. Pero a Hamid le gusta preguntarle para que siempre le responda enfurruñado qué va a ser.

Apoya el codo en la mesa y posa la frente en la palma de la mano, como si reflexionara profundamente. En realidad da una leve cabezada, y cuando abre los ojos se encuentra su vaso de café humeante junto a un vaso de agua Sidi Harazem que Hamid, sin perturbarlo, ha dejado en la mesa hace unos minutos. Le gusta el olor del café. Lo aspira. Da un sorbo ruidoso. Mira de reojo a la izquierda, y descubre a Dris Capone discutiendo con Mustapha, el secretario del Consejo Municipal. Luego, los ve besarse en la mejilla y separarse.

Bebe otro poco. En la mesa de al lado se ha sentado Sibari con un español al que no conoce. Se estrechan las manos.

Assalam âlaykum.

-Hoy estás más viejo que ayer, jay.

-Y tú más guapo.

Es así como se saludan desde que tienen memoria. Y no añaden una coma.

Ahmed oye hablar a Sibari con el joven, se entera de que es un poeta que viene a presentar en la Casa de la Cultura un libro que ha escrito sobre jarchas y endechas. Hay unas jornadas culturales organizadas por varias asociaciones locales. Le oye expresarse con palabras atropelladas, y a Sibari tomarle el pelo.

Llegan Abid y Serroukj, que se sientan con los dos escritores. Le dan las buenas tardes a Ahmed que da otro sorbo a su café mientras estudia al grupo de soslayo. El recién llegado les pregunta si suele ir mucha gente a las lecturas de poesía, le dicen que sí, bueno no mucha gente pero la suficiente, en realidad, añade Serroukj, a estos eventos suele ir siempre la misma gente. Pero le dicen que tranquilo, que va a estar bien. Ahmed mira de nuevo por el rabillo del ojo. El escritor está inquieto, echa un vistazo a su reloj una y otra vez.

Abdeslam Kelai se ha acercado por la plaza y lo sorprende dándole unos golpecitos en el hombro. Ahmed arquea las cejas, le da la mano a Abdeslam, retira una silla para que pueda sentarse a su vera. Le pregunta si ha visto a Mounir.

-No sé quién es Mounir –replica Ahmed con desgana.

-Sí, hombre, vive en la calle Real. Su padre tiene un puesto en el Zoco y…

-No me hagas pensar, Kelai… Llevo todo el día con dolor de cabeza.

-Lo conoces –zanja Abdeslam antes de pedir un té a Hamid.

Con un gesto le pregunta quién es el que anda con los tres poetas. Ahmed se encoge de hombros, da otro sorbo a su café, que ya empieza a estar templado, y dice:

-Otro poeta. Y me parece que viene con prisas.

Kelai pone atención y oye fragmentos de la conversación de al lado. Abid le explica al forastero que está a punto de publicar un poemario, pero el otro le replica preguntando si no deberían ir ya camino de la Casa de la Cultura, porque solo quedan quince minutos para la hora en la que ha de presentar su libro.

-Tranquilo –le dicen los tres-. No hay prisas.

Llega Morad Jad y se sienta con ellos. El escritor le hace la misma pregunta al recién llegado.

Bilati, jay –dice Morad arqueando las cejas como si se su impaciencia le molestara.

-Pero quizá haya gente esperando…

-Estamos en Larache… -le dice Serroukj sonriéndole.

-Al que madruga, Dios no lo ayuda –ironiza Sibari.

Morad alza la mano y se la estrecha a Sibari sellando la frase anterior. Mientras, Ahmed hace un gesto con la cabeza y Hamid aparece raudo, le retira el vaso de café y, al cabo de dos o tres minutos, reaparece con otro vaso humeante.

-¡El segundo!

-¿Por qué levantas la voz, jay? –se queja Ahmed-. ¿Quieres que todo el mundo sepa cuántos cafés me tomo?

-Sidi, siempre te tomas dos. Y todos lo saben –le replica Hamid riendo su propia broma.

Ahmed menea la cabeza de un lado a otro en un gesto de infinita paciencia. Pero de pronto se queda muy quieto, con el vaso de café entre los dedos, en el aire, a medio camino. Acaba de descubrir a Filali avanzar a su encuentro, a la altura del Café Lixus, dirigiéndose a la terraza del Central, sin ninguna duda, y viene directamente hacia el lugar donde él se encuentra plácidamente tomando sus dos cafés del atardecer. El rostro de Filali está algo alterado, y eso es señal de contratiempo, de disgusto, de discusión. Ahora parece que la cabeza le va a estallar de verdad.

Aunque sabe que ya es tarde para escabullirse, hace un amago, pero está atrapado entre la mesa que tiene delante y Kelai a un lado y Sibari y sus acompañantes al otro. Así que aguarda ahí sentado, estoico, y se hace el despistado dando un largo trago a su segundo café, pero ya no lo disfruta de la misma manera, y hasta le sabe amargo. 

Filali se planta al fin frente a su mesa, con las manos metidas en los bolsillos de su pantalón; los brazos dejan abierta la chaqueta y al descubierto su prominente barriga. Levanta el mentón al dirigirse a Ahmed.

-Tengo un problema con tu hijo… -dice como preámbulo.

-Entonces ve a hablar con él –responde Ahmed.

-No, no… Estoy harto de él, y por eso te he buscado.

-Deja a Ahmed tranquilo –tercia Sibari.

-No te metas en lo que no te importa –dice Filali con mal humor.

-Vale –responde el otro volviendo a sus cuitas con los otros poetas. Pero en realidad todos ponen su atención en lo que viene.

-A ver, ¿qué ha hecho mi hijo?

-Lo hace todo mal, sidi. Todo. Tú has sido el mejor carpintero de Larache, te lo digo con la mano en el corazón, pero desde que tu hijo se ha hecho cargo del negocio…

-¿Cuál es el problema? –la voz templada de Ahmed se desliza como un susurro, sin alterarse, ni sube de tono ni se destempla.

-Mira, jay. Le encargué un armazón de madera para un sillón. Es para mi anciana madre. Quiero que esté cómoda cuando se ponga frente al televisor o esté cosiendo. Esta mañana lo ha llevado a mi casa, lo ha dejado en medio del salón, y Larbi el tapicero ha traído hace un rato el sillón con la nueva funda que le ha puesto… Ha quedado muy bonito, de verdad. Pero cuando mi madre se ha sentado, ¿sabes qué ha pasado? –los parroquianos, incluso Pepe Osuna, estiran los cuellos para no perder onda, para escucharlo todo-. Que el sillón se ha caído hacia atrás y mi madre, la pobre mujer, se ha dado un susto de muerte… Se ha quedado boca arriba…

-Vaya –Ahmed hace un gesto con las cejas, y luego tuerce la boca-. Un error de cálculo…

-¿Cómo? –Filali frunce el ceño y clava sus ojos en el rostro huesudo y pacífico de Ahmed.

-Un error de cálculo… Seguramente mi hijo no ha situado bien el punto de equilibrio. Si no hay simetría no hay equilibrio. Y si las patas de atrás son más bajas… Habrá medido mal los listones. No tiene arreglo.

-¿Cómo que no tiene arreglo? ¡Claro que tiene arreglo! –la voz de Filali comienza a subir mientras las venas se le hinchan, y el escritor español que está sentado con Sibari y los otros, al ver el cariz de los acontecimientos, pregunta si no sería mejor irse ya a la Casa de la Cultura porque se está haciendo realmente tarde.

-Tranquilo, es temprano. Bilaaati… -le dice Abid.

-Ya son y cuarto… -protesta débilmente-. La presentación debería haber comenzado hace quince minutos, Mohamed Laabi debe estar desesperado, él es el moderador y no querría…

-No hay prisa –trata de tranquilizarlo de nuevo Serroukj, y le hace un gesto para que se calme y centre su atención en lo que dice Filali-. Laabi sabe cuándo llegaremos…

-¿Sabes cómo se arregla esto? –pregunta acercándose un poco más a la mesa de Ahmed-. Haciendo el trabajo como hay que hacerlo. ¡Bien!

-¿Ya le has pagado a mi hijo?

-¡Claro que le he pagado a tu hijo! Me pidió el dinero por adelantado…

-Eso te pasa por ser rico –le lanza Sibari con socarronería, y Filali se muerde los labios.

-Todo tiene solución, jay –dice entonces Ahmed con gesto fatigado-. Todo tiene solución menos la muerte… A ver.  Me dices que al sentarse tu madre en el sillón, éste se ha ido hacia atrás… ¿Sabes lo que hay que hacer? –Filali frunce el cejo esperando la sentencia de Ahmed-. Apoyar el sillón contra la pared, jay. Lo empujas, lo pegas a la pared del salón y safi baraka.

-¿Safi baraka?

Safi baraka, pero de verdad –vuelve a pinchar Mohamed Sibari que se parte de la risa.

-¿Crees que eso lo arregla todo? –el color del rostro de Filali se ha tornado granate, a punto de ebullición.

-Claro que lo arregla. Ya verás como tu madre no vuelve a caerse…

Desconcertado, Filali se queda mirando a Ahmed sin saber muy bien qué hacer. Mientras, el anciano da otro sorbo al café y mira distraídamente hacia la plaza, como si buscara con la vista a alguien. En realidad solo quiere que le dejen en paz para acabar su segundo cafelito.

-Esto no va a quedarse así –farfulla Filali exasperado, pero opta por marcharse y ni siquiera se despide-. Esto no va quedarse así…

-¡Dile a tu hijo que arregle ese sillón, Ahmed! -dice alguien-. Como vuelva a caerse esa mujer…

-Mañana será otro día –dice Ahmed en un murmullo. Y hace un gesto con la mano, como si espantara una mosca.

Pasan dos o tres hombres camino del Club de Funcionarios de Larache, lo saludan.

Ualikum as´alám.

-Kif entsá. Al ajer, el hamdulilá.

Kulshi misián?

-Hamduliláh.

-¿Te vienes a jugar al dominó? –le pregunta uno de ellos a Ahmed.

-Hoy no puedo. Tengo que solucionar un problema de mi hijo.

-¿Vas para el taller?

-No. Mañana. Pero tengo que pensar tranquilamente. Encontrar el punto de equilibrio…

Waha, sidi.

Los funcionarios jubilados continúan su camino, y los poetas se incorporan para marcharse ya a la Casa de la Cultura cuando El Guennouni llega con Rachid, vienen de la Librería Al Ahram.

-No os levantéis, el músico ha avisado de que se retrasa…

-¿No viene el músico? –pregunta el poeta español.

-Sí, pero el hombre tendrá que hacer algo antes… Y sin música, ¿cómo vas a leer tus poemas? Queda mejor con su acompañamiento de la guitarra…

-Pero ya es muy tarde…

-En Larache todo se hace larachensemente –le explica Rachid con una sonrisa torcida en sus labios, socarrona-. Si te dicen que algo empieza a las siete, hasta las ocho no aparece nadie… Shuia, shuia

Ahmed ve que el escritor español da un suspiro y que vuelve a mirar su reloj. Está absolutamente desencajado.

-¡Sidi Mohamed! –interpela a Sibari-. Dile a ese joven que no tenga tanta prisa, me está poniendo nervioso…

-¡Joven! –le dice entonces Sibari al poeta-. Que dice este venerable anciano que haga el favor de no estresarlo.

Pero antes de que pueda replicar algo, todos se quedan por un momento petrificados.

-Ahí viene… -murmura alguien.

Una mujer se acerca caminando desde la avenida Mohamed V en dirección a la de Hassan II, rodeando la manzana. Tiene que pasar por delante de ellos. Todas las tardes pasa por delante de ellos. Es una mujer altiva, orgullosa, que viste una chilaba negra ceñida. Lleva el cabello negro recogido en un moño, los ojos, inmensos, enmarcados con el khol, los labios afrutados. Sabe que llama la atención, y camina a un ritmo que no es ni muy rápido ni muy lento.

-Una diosa… -se oye en la mesa que ocupan Ragala, Aziz y Majid.

-Una estrella ha caído del cielo –dice otra voz desde el lugar donde están sentados Abderrahman Lanjri, Chrif Tribak, Rachid, Kasmi y Yebari. El Hach suelta una carcajada.

La mujer esboza una insinuación de sonrisa, como si se contuviera. Tiene unos ojos tan espectaculares que, al mirar un segundo a las mesas del café, sus pupilas parecen posarse en todos los que la observan pasar. Es como si dominara el aire, como si la brisa se detuviera, como si el reloj se parara. Nadie dice nada.

Ahmed se yergue en su silla, la observa, contiene la respiración. Se lleva una mano al pecho.

-A este hombre se le ha parado el corazón –dice alguien, y la mujer mira de reojo a Ahmed, lo ve con la mano pegada al pecho, y se tapa la boca para ocultar su risa.

-¿Quién dijo que las flores no andan?

-Si esos ojos se posaran un segundo en mí…

Los comentarios se suceden hasta que la mujer, que no ha alterado el ritmo de sus pasos, se aleja y deja la terraza sumida de pronto en el silencio. El poeta pregunta quién es.

-Un sueño que cada tarde pasa por aquí –le explica Sibari.

Ahmed saca unas monedes, hace un gesto y Hamid se acerca a él. Le cobra los cafés, y lo ve beberse el vaso de agua.

-Me tengo que marchar –dice.

Hamid le sonríe. También saben que hasta que no pasa esa mujer misteriosa, Ahmed no se mueve de su poltrona. Así que la rutina se cumple un día más.

-¡Hamid! Cobra por aquí que nos tenemos que marchar…

Los escritores y sus acompañantes se ponen en camino. Van con una hora de retraso al acto de la Casa de la Cultura, pero avanzan muy despacio porque saben que no llegan tarde. Shuia, shuia. Ahmed los sigue a corta distancia, oyéndoles hablar. Lleva las manos cogidas a la espalda, pensando en el error de su hijo al hacer el armazón de madera, pero es un pensamiento vago y lejano, en realidad es algo que puede esperar.

Se cruza con Curro, que se dirige a la Casa de España. Se estrechan la mano, se preguntan por la familia. Curro camina tan despacio como Ahmed, y también lleva las manos cogidas a la espalda. Es una forma de caminar muy peculiar, es la manera de hacerlo de todo el que no va contrarreloj. El aire es cálido, huele a azahar y a mar, un buen atardecer para terminar el día sin prisas. Larachensemente.

Sergio Barce 

 

PASEANDO POR EL ZOCO CHICO - cubierta

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